Train Surfing: la nuova pericolosa follia dei giovani russi

Aveva paura del vuoto ma si buttava comunque perché aveva molto più paura di non volare. (Atticus)

Il mondo di oggi è davvero strano, fatto di tante opportunità, connessioni, informazioni, e allo stesso tempo tanta solitudine e voglia di essere qualcuno, perché se non hai follower non sei nessuno.

E allora succede che ragazzini pieni di dubbi, di incertezze e di paure, si trovino a dover fare i conti con un mondo social che sembra perfetto, in cui le ragazze hanno il trucco sempre azzeccato e i vestiti all’ultima moda, e i ragazzi sono vestiti bene e pieni di belle ragazze adoranti.

Vedono un mondo che non esiste, pensano che sia vero, che quelle immagini siano vere e si paragonano a loro uscendone perdenti.

Ecco che in questo misto di adolescenza e frustrazione, arrivano le sfide stile Blue Whale in cui la vita diventa un gioco, ma le conseguenza sono più che reali.

Oggi in Russia si fanno i conti con il Train Surfing, una stupida e pericolosa sfida che consiste nel filmarsi mentre si attraversano i binari durante l’arrivo di un treno. A San Pietroburgo un ragazzo che tentava la vincita, consistente nel postare il video sui social, ci ha rimesso le gambe: mentre attraversava il mezzo a tutta velocità lo ha preso in pieno.

Train Surfing e stupidità un binomio perfetto

Train Surfing
Train Surfing

Ci chiediamo cosa spinga un ragazzino a fare una cosa del genere. Likes? Notorietà? Noia? O forse semplice stupidità? Optiamo più per la terza visti i rischi che si corrono.

Fare il genitore è difficile, soprattutto oggi con tutta la tecnologia e gli stimoli che arrivano ai ragazzi. Proprio per questo ci domandiamo se non debba esserci un’età minima per poter utilizzare i social.

Una sorta di protezione data da un numero, che però permetta al ragazzo di capire quello che sta guardando. Purtroppo da adolescenti la voglia di essere accettati dal gruppo è molto forte, e spesso si finisce per fare cose assurde come quella del Train Surfing.

Che non è accettabile, neanche con tutte le scusanti del mondo. Attentare alla propria vita, in modo così leggero e insensato, non è scusabile. Gettarsi sotto un treno che va ad una velocità oraria di centinaia di chilometri orari, sperando di uscirne illesi è follia.

Ed è folle proporre una sfida del genere: che passa nella testa di chi le divulga? A che pensava? Come potrebbe essere divertente rischiare la propria vita per un pugno di like?

Vivere è importante, i like sono solo numeri

Train Surfing
Train Surfing

I social oggi sono una realtà importante, tanto che spesso sono anche strumenti di lavoro su cui appoggiarsi. Dall’altro lato però, la costante esposizione di momenti di vita è forse un limite varcato che facciamo fatica a maneggiare.

Un adolescente che vede influencers sempre perfetti, e adulti della sua vita che cercano di fare lo stesso, pensa che un like sia una cosa importante perché se un tempo per venire accettati si doveva piacere al gruppo, oggi si deve ottenere lo stesso risultato ma con la rete.

E ogni volta la posta in gioco si alza, fino ad arrivare a rischiare la vita per un like in più, per diventare qualcuno, per essere finalmente visti. Perché qui sta il problema di fondo: siamo sempre in mostra ma nessuno ci vede veramente.

Siamo diventati merce da Social, e i ragazzi sono un nostro riflesso di adulti che cercano disperatamente la perfezione per ottenere un pollice su, perché se hai 10000 followers svolti, internet ti vede, ti considera, finalmente sei qualcuno.

Ma per arrivarci devi fare cose che nessuno fa, trovare un angolo in cui tu sei l’eroe del momento anche a costo della vita, anche a costo di sfidare tonnellate di treno lanciate a centinaia di chilometri orari. Anche a costo della vita.

Train Surfing
Train Surfing

E tutto per essere visti dagli altri, per avere un riscontro sociale che altrimenti viene negato: ma è davvero così importante essere qualcuno per degli sconosciuti? Superare quei binari illesi, vincere il Train Surfing è davvero ciò che conta?

Ma soprattutto noi adulti dove siamo? Perché si fa presto a dire che i giovani sbagliano, che dovrebbero ragionare, ma chi insegna loro cosa è giusto e cosa no? Chi spiega loro che la vita non può essere una merce di scambio per un pugno di like? Magari gli stessi genitori che fin dalla nascita mettono il bambino sui social? E che lo mettono in un angolo a giocare con il tablet?

È facile dare le colpe agli altri, ma spesso è solo un modo per non affrontare la verità, che dura e fiera ci fissa negli occhi implorandoci di riconoscerla. Esattamente come quel ragazzino che per una stupida sfida si getta sotto un treno in corsa.

 

 

Tania Carnasciali

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