Web Challenges, un’arma distruttiva in mano ai giovani

Dopo il caso dell’undicenne che ha perso le gambe per aver partecipato ad una sfida sui social, si torna a parlare ancora una volta delle web challenges, e della loro presunta capacità di far giungere i ragazzi al suicidio.
Troppe volte si è parlato di limitare l’uso ai minorenni o di tutelare il loro rapporto con la rete, però, di tutta risposta, l’asticella dell’età delle vittime di queste sfide, si abbassa sempre di più.
Blu Whale, Bird Box Challenge ed altri nomi che hanno invaso i titoli di cronaca, hanno un filo comune: sono mode pericolose, che nascono sui social e diventano virali con una velocità strabiliante, contagiando grossi nuclei di persone.
Una sorta di pandemia digitale, in grado di coinvolgere i giovanissimi.

Jonathan Galindo, una domanda senza risposta?

Diversi mesi fa la cronaca di Napoli si è tinta di nero. Un giovane di 11 anni è stato spinto a suicidarsi lanciandosi dal balcone di casa. Il responsabile? Jonathan Galindo, un fantomatico personaggio di un social game.

Quanto può influenzare un gioco, soprattutto, in un momento come questo in cui i social e il mondo del web rappresenta una via di fuga, seppur momentanea, ad una vita che si svolge principalmente tra le mura di casa propria. Intanto, ad una risposta che ancora non arriverà, si affianca il dolore dei genitori che un figlio lo hanno perso, e non potranno tornare indietro per impedirlo.

Quando, in queste sfide c’è di mezzo il suicidio, probabilmente, si instaurano diversi meccanismi, come un eccesso di adrenalina data dal desiderio di omologazione agli altri coetanei, evidenziando, però il proprio coraggio.

Nasce tutto come un gioco, però non si sa davvero chi si celi dietro a quel profilo e se davvero si tratti di gioco. Dietro ad un profilo parallelo potrebbe trovarsi un adescatore o un manipolatore della mente dei ragazzini, in grado di giocare sulla lecita curiosità dei giovani per influenzarli e colpirli sulle proprie vulnerabilità.

Per quello spesso, poi, il suicidio rappresenta solo il culmine di un percorso irrisolto con questi personaggi.

Web Challenges, tutto è iniziato con la Bule Whale

Uno dei giochi più famosi, finiti in una delle più grandi tragedie, è stata la Blue Whale, che ha causato circa 130 suicidi tra giovanissimi, seguito dalla Momo Challenge, che si è spostata su WhatsApp, dimostrando che nessun social è al sicuro.

Diventa necessario, allora, controllare ulteriormente ed educare i giovani all’utilizzo dei social network, e di valutare la pericolosità di questi strumenti pericolosi.

TikTok, negli ultimi giorni, ha deciso di di intervenire, difendendosi dall’accusa di incentivare la pedopornografia. La piattaforma, infatti, ha rivisto le condizioni e la privacy per quanto riguarda gli utenti minori di 16 anni.

Purtroppo, al giorno d’oggi, non esiste ancora una vera cultura della self-protection in rete. Il compito per mettere le basi e costruirla sta alle famiglie, alle istituzioni che dovrebbero sensibilizzare i giovani. I pericoli in rete sono tanti, più di quelli che si pensino. Basti pensare al fenomeno dell’Hikikomori, che riguarda utenti che si isolano dal mondo per vivere unicamente nella realtà digitale.

I rischi sono infiniti e bisogna combattere per prevenire conseguenze terribili.

web challenges, un'arma pericolosa
web challenges, un’arma pericolosa

Lockdown e web Challenges, il rapporto tra bambini e rete

Il lockdown e le restrizioni che continuiamo a vivere quotidianamente, hanno portato i bambini ed i ragazzi ad un isolamento forzato. Per noia, limitate alternative nel trovare modi per trascorrere le ore, la frequentazione di siti e social network è aumentata a dismisura.

Le famiglie stesse hanno incentivato l’uso del computer, per poter seguire le lezioni online e per trovare nuovi modi di intrattenimento. Molto spesso, le famiglie, ignorano quanto la curiosità possa portare un bambino a cadere nelle trappole mortali che sono nel web.

Inoltre, molti genitori sono stati assorbiti dalla crisi economica che ha, inevitabilmente, portato a distrarsi dalle attività dei propri figli, rendendoli, automaticamente, facili bersagli.

Il problema maggiore di tutto questo sta nel non sentirsi ancora pronti a parlare di “suicidio” e di cosa voglia dire, nonostante il primo passaggio per la prevenzione sia proprio comunicare.

Evitare il silenzio vuol dire evitare gesti estremi, così da non dover mettere ancora una volta un altro fiore su una lapide.

web challenges, un'arma pericolosa
web challenges, un’arma pericolosa

MargheritaGiacovelli

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