Sentenza storica in Cina: ma quanto costa il lavoro di cura?

Sentenza storica in Cina: quanto costa il lavoro di cura?

In Cina un uomo dovrà risarcire l’ex moglie per i lavori domestici: una sentenza storica, che dona finalmente valore ai lavori domenstici.

Si, perché la prima domanda che dovremmo porci è: quanto costa il lavoro di cura?

Stando ai dati dell’International Labour Organization, “sono circa 179 milioni le ore giornaliere spese a livello mondiale nel lavoro di cura non retribuito per un totale di 22 milioni di persone che lavorano otto ore al giorno senza guadagnare un soldo.”

Come sottolinea Cosmopolitan, il nostro sistema economico si è per anni appoggiato su queste attività apparentemente gratuite: dalla cura della casa all’assistenza a bambini ed anziani. Lavori che sono prevalentemente tutt’oggi a carico delle donne, che siano casalinghe o meno.

Cosa accadrebbe se tutte queste lavoratrici non retribuite smettessero di colpo di svolgere questi lavori? Il mondo andrebbe a rotoli, molto probabilmente.

Persino secondo uno studio Oxfam, infatti, “il lavoro di cura non retribuito delle donne varrebbe 10,8 trilioni di dollari l’anno, eppure non si sta facendo molto per riconoscere i loro sforzi.”

Ma potrebbe esserci una luce in fondo al tunnel: dalla Cina, arriva una sentenza storica. Un tribunale, durante una causa di divorzio, ha infatti stabilito di recente che il marito sarà costretto a risarcire l’ex moglie per i lavori domestici svolti.

Quanto costa il lavoro di cura
Quanto costa il lavoro di cura?

 

Quanto costa il lavoro di cura? I fatti di Pechino e la nuova legge

Ecco i fatti: arriva a Pechino, per la primissima volta, la decisione del tribunale distrettuale di Fangshan, che si pronuncia a favore della donna e ordina all’ex marito di provvedere non solo ai suoi alimenti mensili con il versamento di 2.000 yuan, circa 250 euro, ma anche al pagamento di 50.000 yuan per i lavori domestici svolti dall’ex moglie e mai riconosciuti. L’articolo 1088 del nuovo Codice Civile cinese stabilisce infatti che “quando un coniuge è aggravato da compiti addizionali di educazione dei figli, accudimento degli anziani o assistenza dell’altro coniuge nel suo lavoro, ha il diritto di ricevere una dovuta compensazione nella causa di divorzio”.

Il giudice che ha accordato la compensazione, che si chiama Feng Miao ed è una donna, dichiara che i lavori domestici costituiscono un valore immobiliare immateriale” che deve essere quantificato e riconosciuto, anche se con i giornalisti ammette anche: «è stata la prima volta e naturalmente abbiamo bisogno di fare esperienza».

50mila yuan infatti valgono meno di 7 mila euro e, spalmati su cinque anni di matrimonio, significano circa 1.400 euro all’anno. Una cifra esigua, simbolica più che materiale, per un Paese in cui le donne cinesi, secondo l’Ocse, “dedicano in media quattro ore e mezza al giorno ad attività domestiche non retribuite, due volte e mezza in più rispetto ai mariti: una delle distribuzioni dei carichi più sbilanciate a livello mondiale.” Il problema diventa ancora più grave in caso di divorzio, visto che le mogli si trovano fuori dal mercato del lavoro e non è raro che i beni familiari di maggior valore, in particolare la casa, restino intestati solo al marito.

Questa sentenza, sarà la prima di una lunga serie: è infatti entrata in vigore in Cina, a partire dal primo gennaio di quest’anno, una nuova legge sui matrimoni che stabilisce un risarcimento, dopo il divorzio, in favore della persona che durante il matrimonio si è presa il maggior carico di lavoro di cura.

Su Weibo, una sorta di Twitter cinese, l’hashtag relativo alla notizia ha ottenuto circa 440 milioni di visualizzazioni e migliaia di commenti. E non si parla soltanto della condizione delle donne in Cina, ma anche del valore economico del lavoro domestico.

Ci si domanda, adesso: questo tipo di sentenze può davvero aiutare a migliorare la condizione delle donne? In Cina esiste ancora una netta divisione di ruoli all’interno delle coppie: il marito solitamente lavora mentre la moglie si occupa di casa e famiglia, ed è spesso costretta per questo a rinunciare alla propria carriera in favore della vita matrimoniale.

Dunque, innanzitutto, sarebbe utile improntare una divisione del lavoro più equa di quella attuale, al di là dei casi di divorzio.

Certo, riconoscere che il lavoro di cura abbia un valore fondamentale e debba dunque essere monetizzato, è una svolta importante. Ed aiuta anche le donne che, dopo il divorzio, spesso si ritrovano sole ed hanno serie difficoltà a ricostruire la propria vita.

Sarebbe auspicabile che un riconoscimento del genere giungesse anche in Italia, dove il problema è reale e tangibile…chissà.

 

Martina Bruno

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