A Londra proteste contro la Cina: bruciata una bandiera

Londra, per un giorno, diventa la capitale internazionale delle proteste contro la Cina. Un gruppo di dissidenti antigovernativi, così li definirebbe Pechino, si è riunito nella giornata di ieri presso Piccadilly Circus, nel cuore della City. Da lì è partita la manifestazione pacifica, un corteo che si è protratto per le strane britanniche e che si è esaurito davanti all’ambasciata cinese a Londra, non prima di aver dato fuoco ad una bandiera della Repubblica Popolare.

I motivi che hanno spinto i manifestanti a bruciare la bandiera cinese

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Immagine LaPresse, credits Isabela Rodrigues

I manifestanti si sono aggregati per sfilare contro quelle che sono state definite come delle “palesi violazioni dei diritti umani in Cina”, culminate con il genocidio delllo Xinjiang, una regione nell’estremo nord ovest del paese. Tra le persone presenti alla marcia vi erano alcuni rappresentanti di popoli che, da anni, sono in aperto contrasto con la politica del colosso orientale. I gruppi etnici più numerosi erano formati da tibetani e da ex abitanti di Hong Kong. In particolare, questi ultimi hanno diverse ragioni per risentirsi contro la Repubblica Popolare, specie dopo la recente crisi internazionale.

Perché questa manifestazione di proteste contro la Cina si è svolta proprio a Londra?

Secondo  Isabela Rodrigues, assistente dell’organizzazione Stop Uyghur Genocide, l’unica volontà dei manifestanti era quella di manifestare quante più persone possibili su questo tema decisamente delicato. La notizia è stata ribattuta dalle principali agenzie internazionali, tra cui LaPresse, che ha postato online il momento clou della serata: il rogo della bandiera cinese sotto l’ambasciata.

Londra è stata la scelta ideale per svolgere questa manifestazione. Infatti, visti i blocchi imposti dal governo cinese all’ex colonia britannica, la tensione tra le due nazioni è sempre più palpabile  e visto il veto imposto dal governo locale di manifestare ad Hong Kong, gli ex residenti della megalopoli hanno ben pensato di trasportare le proteste in territorio britannico.

Alex Rossi

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