Hate Speech online, da utente medio a leone da tastiera

Hate Speech Online: Se gli “insospettabili” diventano haters?

Odio online. Il web è pieno di messaggi e commenti privi di tatto e carichi di rabbia, soprattutto i social.

In qualsiasi pagina, gruppo o profilo scegliamo di addentrarci non possiamo fare a meno di trovare anche un solo commento dispregiativo o tagliente. Di qualunque argomento si tratti, il tipico leone da tastiera è onnipresente, anche quando se ne può fare volentieri a meno. Ma l’hate speech online, non sembra essere tipico di utenti dediti all’insulto.

Il linguaggio offensivo o violento può arrivare anche da quella cerchia d’insospettabili commentatori che in certi contesti non riescono a “trattenersi”.

L’hate speech online, rappresenta un fenomeno esteso e trasversale: colpisce i soggetti più vulnerabili sulla base delle origini, della religione, del genere e dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale, delle condizioni socio-economiche e dell’aspetto. A volte sono incitate da politici e personaggi influenti, in altri casi la scintilla è innescata da notizie o fake news.

Hate Speech online
Hate Speech

Nei casi più intensi, non c’è neppure bisogno di qualcuno o qualcosa che dia inizio alla violenza verbale online. Non si tratta dunque di odiatori seriali, ma di utenti che reagiscono male quando nel merito di una situazione particolarmente ostile, scatenando il loro odio contro altri utenti.

Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato su “Scientific Reports” da ricercatori dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, in collaborazione con Agcom e Jozef Stefan Institute di Lubiana, che hanno analizzato 1 milione di commenti a video inerenti Covid-19 pubblicati su Youtube.

Per monitorare la presenza dell’hate speech su tale mole di contenuti, il team coordinato da Fabiana Zollo, ricercatrice di Ca’ Foscari, ha messo a punto un modello di ‘machine learning‘ capace di etichettare ogni commento e classificarlo come appropriato, inappropriato, offensivo o violento, a seconda della tipologia di linguaggio utilizzata.

“L’hate speech è uno dei fenomeni più problematici del web poiché rappresenta un incitamento alla violenza nei confronti di specifiche categorie sociali ed infatti sia le piattaforme social che i governi sono alla ricerca di soluzioni a tale problema”.

Spiega Matteo Cinelli, primo autore dello studio e ricercatore postdoc a Ca’ Foscari.

Hate Speech online
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L’Hate Speech: I risultati dello studio  

La ricerca ha messo in luce come solo il 32% dei commenti classificati come violenti siano stati rimossi dalla piattaforma o dall’autore ad un anno dalla pubblicazione. Dall’altro lato, fornisce dei dati utili a sviluppare delle strategie per comprendere ed arginare il fenomeno.

Tra i 345mila autori dei commenti analizzati, lo studio non ha identificato dei veri e propri ‘leoni da tastiera’ dediti unicamente a seminare odio. L’insulto non è quindi una caratteristica di una specifica categoria di persone. A quanto pare molti utenti, in determinati contesti, diventano autori di commenti ‘tossici’.

“Sembrerebbe che l’utilizzo di un linguaggio offensivo e violento da parte degli utenti sia scatenato occasionalmente da fattori esterni. Lo studio di questi fattori è sicuramente decisivo per individuare le strategie più efficaci per arginare il fenomeno”.

Conferma la ricercatrice Fabiana Zollo.

Quantificando la mole di commenti d’odio, è stato possibile registrare un’incidenza dell’1% sul milione di commenti analizzati. Una percentuale presente sia nei canali ritenuti affidabili, sia in quelli che diffondono disinformazione.

Gli utenti che tendono a commentare sotto canali affidabili utilizzano in media un linguaggio più tossico, con offese ed espressioni violente, rispetto a coloro i quali tendono a commentare sotto canali non affidabili. Secondo l’analisi, il linguaggio degenera molto di più quando l’utente si trova a commentare in un contesto diverso da quello a cui è più familiare, quindi più ‘avverso’ alle sue opinioni.

Infine, secondo Cinelli, “all’aumentare della lunghezza della conversazione anche la sua tossicità aumenta, risultato, questo, concettualmente in linea con una nota legge empirica del web conosciuta come Legge di Godwin“.

Questi, i risultati di una ricerca svolta nell’ambito del progetto europeo IMSyPP “Innovative Monitoring Systems and Prevention Policies of Online Hate Speech”, partito a marzo 2020 e durato ben 2 anni, con l’obiettivo principale di sviluppare un’analisi dei meccanismi che governano la formazione e diffusione di hate speech online così contrastarne la diffusione, unendosi alle varie campagne di contrasto già presenti sul web.

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Elena Ciccarone

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